MARCO FOPPOLI
A R A L D I C A & I L L U S T R A Z I O N E
H E R A L D R Y & I L L U S T R A T I O N
     
     
Ex libris

Il possesso e l'uso di ex libris araldici è forse oggi uno dei modi più eleganti di fare uso del proprio stemma. I volumi di ogni biblioteca possono essere distinti da questo raffinato segno di possesso che evidenzia la colta sensibilità del suo proprietario e che è divenuta una espressione artistica distinta nel panorama delle arti grafiche, ricercato da amatori, bibliofili, e collezionisti.

Stampato su carte pregiate, l'ex libris può essere realizzato a colori o, mantenendo il suo rigore originario, in bianco e nero o a sanguigna.








































































L'arte degli ex libris araldici di Marco Foppoli
di Alessandro Savorelli *
(Questo articolo è apparso in "Contemporary International ex-libris artists" Vol. III, 2004)

Di ex-libris araldici ce ne sono a migliaia, soprattutto Oltralpe e nelle isole britanniche, meno in Italia, ma comunque diffusi dappertutto. Qualche volta l'araldica è un optional, lo stemma del possessore è inserito a fatica, in subordine, tra disegni, silhouettes e allegorie, magari in un angolino. La sensazione è talora di un'imposizione del committente e che il disegnatore non sappia realmente dove e come raffigurare un stemma: come se sentisse la presenza di un corpo estraneo, che lo costringe a impadronirsi di una cosa non sua, alla quale non sa bene che stile apporre, come amalgamarla col resto del disegno, come impaginarla, dove andare a prendere i modelli delle figure. Il risultato non è garantito: più che un ex-libris vien fuori l'etichetta di una bottiglia di vino.

Ma qui parliamo dei veri e propri ex-libris araldici, quelli cioè dove lo stemma la fa da padrone, è al centro della composizione. Si tratta di un vero e proprio genere a sé stante, perché presuppone molte cose: che l'artista sappia cos'è una figura araldica, che sappia come trattarla con sicurezza, come disporla, che si sia impadronito del linguaggio e dello stile araldici. Tutto questo non si fa dal nulla: bisogna aver dimestichezza con quelle figure, bisogna averne viste tante, aver assorbito visivamente migliaia di input dalla storia della grafica, dalle immagini d'arte, bisogna aver fatto i propri conti con l'evoluzione millenaria del disegno araldico, delle sue declinazioni nel tempo e nello spazio. Si deve infine saper scegliere un modello di riferimento: un certo autore, un certo periodo, una certa area geografica, una tradizione, una determinata strumentazione che si voglia imitare: non è la stessa cosa lo schizzo a penna di uno stemma, una miniatura, uno stemma scolpito nella pietra, una ceramica, un vetro, un sigillo. Ognuno di questi supporti materiali o di tecniche di riproduzione interpreta il linguaggio araldico standard in modo diverso e dà risultati grafici diversi.

Quello che mi ha sempre colpito, guardando la maggior parte degli ex-libris araldici, è che gli artisti non sembrano essersi posti questi problemi, o non in maniera sufficiente. Raramente hanno sentito l'urgenza di innovare graficamente dentro una cornice oggettivamente stretta, perché condizionata da una tradizione, da un gergo, da un linguaggio tecnico, che si deve e si può interpretare e persino forzare, ma senza manometterlo, senza strappare la corda. In molti casi il timore dell'audacia innovativa o l'esitazione di fronte a un linguaggio che si conosce solo approssimativamente fa indietreggiare l'artista verso un prodotto molto standardizzato: senza tempo, senza nerbo, senza un'aura particolare. A dirla tutta, molti ex-libris araldici danno la penosa impressione d'essersi ispirati, un po' per disperazione, un po' per fretta a certe utili, ma ingannevoli raccolte di album per disegnatori, quegli 'archivi d'immagini' per disegnatori, grafici e decoratori dove c'è un po' di tutto: ma senza discernimento critico, senza acuti di stile, senza picchi di qualità. Grossi supermarket iconografici buoni per tutti gli usi.

Tuttavia, come sugli scaffali di un supermarket qualche volta c'è un prodotto d'annata, una leccornia per iniziati, ma nascosta in mezzo alla produzione di serie, spesso invisibile, e magari con una confezione poco accattivante e squillante.

Abbiamo fatto una lunga premessa, ma era necessaria. È abbastanza agevole infatti sintetizzare l'arte di Marco Foppoli, come autore di ex-libris, capovolgendo letteralmente tutti i difetti che sopra abbiamo notato. Perché gli ex-libris araldici di Marco Foppoli sono proprio altra cosa. In primo luogo perché l'autore è conoscitore della materia e della sua evoluzione stilistica, in secondo luogo perché non ha esitato a ritagliarsi una tradizione e a rileggerla con stile non eterodosso, ma molto personale. Una tradizione alta, anzi di autentici maestri. Chi conosca i migliori disegnatori araldici del secolo scorso non fatica a rintracciarne gli stilemi in Foppoli. Possiamo fare qualche nome? Direi in primo luogo autori come gli svizzeri Paul Boesch o Bruno B. Heim, contigui a Foppoli, originario della Valtellina, per questioni di geografia e di storia (questa bella valle alpina lombarda appartenne alla Svizzera sino al 1797) è certo tra i nomi che hanno contato sulla sua formazione. Ma guarderei ancora più lontano, anche se sempre in area germanica, per esempio a Otto Hupp, un grande illustratore araldico a cavallo tra Otto e Novecento.

Di Boesch Foppoli ha ripreso il gusto della composizione ordinata, il piacere della 'sorpresa', la frequentazione con la miniatura nordica. Non ne ha però la levigata politezza déco, il tratto sottile, la costruzione per masse geometriche rigide, una sorta di bauhaus applicata all'araldica. Foppoli spezza piuttosto i piani, li segmenta, li sfaccetta di lumeggiature e lampi di luce, dove Boesch è tutto forma e linea. Quanto a Heim, Foppoli ne ricorda il tratto rapido, senza ripensamenti e, soprattutto, nell'ironia del disegno: le sue figure di uomini e d'animali hanno il gusto dell'icona tardogotica, piena di umori popolareschi. Se c'è una cosa che i migliori artisti araldici hanno capito della tradizione medievale, è proprio questo saper sorridere, l'infondere nelle figure quel lieve tratto caricaturale (senza farle diventare pupazzi) che è tipico dell'araldica originaria. Guardate quei leoni ed orsi linguacciuti e sfacciatamente sessuati, quelle aquile nervose e allucinate, quegli agnelli saltellanti, e confrontateli con le frigide forme invalse tra Sette e Ottocento (il momento più basso nella qualità del disegno araldico), e capirete il problema.

E infine Hupp, uno straordinario artista, un grande inventore di caratteri, colui che ha rotto la crosta dell'araldica aulica dell'Ottocento e l'ha trasformata in senso moderno. L'elaborato e massiccio tratto di Foppoli guarda a Hupp e alla sua fastosità neobarocca priva di pompa. E soprattutto, guardano a lui come incisore. Sicuro, rapido, un vero artigiano. E' proprio sotto questa angolazione che Foppoli ha recuperato stilemi e modelli compositivi di questi grandi maestri: rileggendoli in chiave di una moderna Holzschnitterei alpina. Foppoli insomma ha tradotto i maestri mitteleuropei con l'armamentario degli intagliatori dei boschi della Valtellina, da cui la sua antica famiglia è originaria. Il pennello l'usa come una sgorbia e un trincetto, la carta si arriccia sotto la china come una materia legnosa. Dalle sgorbie dei montanari Foppoli trae alfabeti che sembrano di insegne di botteghe, sfaccettature che ricordano le decorazioni delle case dai tetti d'ardesia della Rezia. Il rigore e il grafismo di Boesch, il tratto a pastello di Heim si mescolano così con la tecnica dell'incisore: non però dell'austero renano Hupp, ma di un valligiano, più parente dell'araldica pastorale pirenaica (dal gusto di sculture di totem) o della ruvidezza irlandese. La ruvida sgorbia di Foppoli restituisce alla piccola arte degli ex-libris un frizzo d'aria montana, un sapore di vino nuovo e di fiaba alpina che contrasta con la muffa di tanta araldica manieratamente borghese dei nostri tempi.


* Alessandro Savorelli

Ricercatore e storico della filosofia moderna presso la Scuola Normale di Pisa, si occupa di storia della simbologia e dell'araldica delle istituzioni pubbliche, in particolare dell'araldica comunale.
Membro della Società svizzera di araldica e dell'Académie internationale d'héraldique, collabora regolarmente alle «Archives héraldiques suisses», a «Vexilla Italica» e a «Medioevo» (Roma).
Oltre a numerosi saggi sulla storia e l'evoluzione dell'araldica, in volumi e riviste, è autore di: Piero della Francesca e l'ultima crociata. Araldica, storia e arte tra gotico e rinascimento e ancora del volume, Il Palio di Siena e i suoi simboli (Firenze, 1999).
Ha collaborato con numerosi enti ai progetti di redesign dell'araldica pubblica per la Regione Toscana, la Regione Emilia-Romagna, i Comuni di Siena, Ferrara, Latisana, Firenze.
 
 
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